Wednesday 10 May 2006

esprit communautaire

l'idea di un post sul processo di integrazione europea mi è baluginato conseguentemente a commenti fatti con alcuni blogger nei gg scorsi..la mia conoscenza non va oltre quella storiografica, geo-politica studiata con storia dei trattati all'università...non toccherò quindi il discorso economico e l'euro, per ora...
parlerò invece delle basi di partenza, delle volontà, delle speranze e delle aspettative conseguent al processo di integrazione.


nel secondo dopo-guerra l'Italia ha giocato la carta Europa per scelte politiche e diplomatiche, ma soprattutto economiche...la cooperazione europea era considerata dal governo italiano il percorso privilegiato per inserirsi su un piano di parità con le principali nazioni europee. nel 1947 l'Italia guidata da Einaudi e De Gasperi decise di aderire alle istituzioni di Bretton Woods: fu considerato un atto rivoluzionario perchè avrebbe costretta l'economia italiana a misurarsi con le mature economie industriali; l'obbiettivo era quello di legare l'economia italiana ad un vincolo esterno in grado di creare sempre maggiori e più profondi legami con l'Occidente industrializzato...si doveva partecipare perchè si sarebbe superato il disagio di nazione sconfitta e si avrebbe avuta l'opportunità di giustificare scelte difficili ed impopolari come scelte europeiste....l'edesione ai piani europei (Schuman e Pleven) favoriva all'Italia una modernizzazione economica e politica, lo sviluppo di una dimensione istituzionale per un cammino sovra-istituzionale per recuperare un proprio spazio in Europa.
Fin dagli inizi della politica di integrazione, uno dei principali motivi che hanno spinto l'Italia alla partecipazione europea è stato quello di assicurarsi l'aiuto per sostenere il proprio sviluppo economico e consentire la modernizzazione del paese...in un contesto di cooperazone multilaterale una media potenza come l'Italia ha pensato di poter comporre i propri interessi con quelli degli altri stati. ..per stare in Europa non basta solo attuare puntualmente le direttive europee e amministrare meglio i fondi europei, ma si deve contribuire a delineare una strategia europea grazie ad una presenza italiana guidata da precisi indirizzi politici.
in un discorso dell'allora Ministro degli Esteri (1998), Dini si dichiara "pronto a far valere il nostro potere di tradizione, di mediazione e , se necessario, di interdizione".

A distanza di 50 anni, possiamo dire che è stato realmente così? viviamo in Europa? siamo sopravvissuti inEuropa? abbiamo un ruolo primario? siamo trattati da Paese Firmatario?
a mio avviso c'è bisogno di un impegno europeista di tipo nuovo, tenendo conto degli errori del passato perchè possiamo finalmente essere credibili in Europa ed influenti: strategie nuove, patti, alleanze per essere competitivi.

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7 comments:

miss piperita said...

Dobbiamo guardare avanti con fiducia! :-)

Anonymous said...

Discorsi impegnativi sul tuo blog :-)
Vero che la politica estera italiana, soprattutto verso i paesi europei è stata sempre un optional ma ti sembra un'Europa fatta bene questa? Fare di più per l'Europa si deve ma a patto che non resti una parola alla quale aggrapparsi per fare gli interessi dei singoli paesi a discapito degli altri.
Bye.
Frank

ape said...

piperita: il tuo commento rispecchia il mio sul blog di uno dei blogger suddetti.
Politiche simili devono essere valutate su lungo periodo.

Frank: argomento impegnativo, ma nn si può solo e sempre parlare di cucina e India.
L'argom era stato lanciato ed io ho preso la palla al balzo. Le conoscenze che ho sono minime e limitate ad esami d ec e storia, ma ho voluto cmq affrontare l'argomento come potevo.

L'Europa dei ns gg sta ancora camminando..e ce ne vorrà di tempo per studiare bene i suoi effetti.
Il piano Schuman è solo il primo gradino.
Tutti i paesi europei hanno perso qualcosa entrando in Europa, ma pensa agli Stati Uniti: quanto tempo hanno impiegato per diventare quella grande potenza che semina guerre?

zellon3 said...

L'unica cosa che apprezzo attualmente dell'europa sono i valori che si cerca di portare avanti, soprattutto di dialogo ed integrazione, la volontà ad esempio di rispondere con calma e razionalità alla minaccia terroristica e non di scatenare guerre. Suppongo che questo sia il frutto del lavoro di quei famosi intellettuali, la loro eredità fatta di apertura mentale e capacità di ascoltare (almeno spero). Quello che invece non mi piace è questa volontà di cercare di uniformarsi, di divenire un unica entità. Apprezzavo di più la semplice CEE, piuttosto che questa creatura in cui ipoteticamente si è liberi di avere iniziative e crescere ma in realtà si è vincolati alle decisioni altrui. L'esempio fornito dalle tentate acquisizioni di ENEL in francia è lampante: protezionismo nella comunità (a questo punto comunità di che??)

raretracce said...

un buon punto di partenza sarebbe riprendere il pensiero dei grandi.. insomma abbiamo un po' smesso di essere nani sulle spalle di giganti e pensiamo di sapere tutto senza sapere niente.. la nostra classe politica è diventata un po' questo purtroppo.. ad esempio.. mi viene in mente il lamento della pace di erasmo.. oserei dire capolavoro di europeismo..ma per restare a tempi più recenti.. obbligherei i leaders politici europei a leggere e studiare il manifesto di ventotene...

ape said...

mamma, quanta cultura tutta insieme.
inizierei io a leggere, tanto se dobbiamo aspettare LORO!

marshall said...

sono d'accordo con zellon3, ma integrare il cristianesimo con l'islam, sarà una battaglia improba che richiederà almeno tre secoli di tempo.